Editoriale 99

A riscrivere la più antica storia dell’umanità non è né l’archeologia né l’antropologia, come si potrebbe supporre, bensì una disciplina eminentemente scientifica: la paleogenetica. Esattamente ventun anni fa, il biologo svedese Svante Pääbo sottopose per la prima volta all’esame genetico alcuni campioni prelevati dai resti di un neandertaliano scoperto nel 1856. Fino a quel momento, l’Homo sapiens neanderthalensis era considerato il rappresentante di una specie a sé e la sua scomparsa alla fine dell’ultima glaciazione, verso il 40.000 a.C., era attribuita a un processo di selezione naturale darwiniano provocato dall’avvento, sulla scena europea, di una nuova specie “superiore”, l’Homo sapiens sapiens. Oggi, la decifrazione del genoma neandertaliano, la scoperta di una terza specie umana – il cosiddetto “uomo di Denisova” – e l’individuazione della presenza di geni neandertaliani nel nostro DNA tracciano, con le più recenti scoperte paleoantropologiche, un nuovo quadro. Sappiamo ora che neanderthalensis e sapiens si mescolarono, almeno in quelle aree del Vicino Oriente e dell’Europa orientale dove entrarono in contatto per la prima volta. E l’uomo di Neandertal, lungi dal corrispondere all’immagine ottocentesca di una “scimmia umana”, era tutt’altro che primitivo: condivideva con l’uomo anatomicamente moderno capacità tecnologiche, desiderio di abbellirsi, bisogno di tematizzare la morte e uso di sistemi di comunicazione che presuppongono la facoltà del linguaggio. Insomma, il neandertaliano era capace, come il suo parente moderno, di produrre “simboli”.

ANDREAS M. STEINER
Direttore

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