Editoriale 68

Le straordinarie osservazioni di Galileo al telescopio, nell’anno 1610 (i satelliti di Giove, gli anelli di Saturno, la Via Lattea come un fiume di stelle e non più come striscia luminosa), oltre a portare evidenze a favore del copernicanesimo, avevano creato un altro spartiacque profondo tra la scienza e la religione, mostrando che se l’uomo, con i suoi sensi, non riesce a percepire alcune cose materiali (come appunto le stelle della Via Lattea), non è detto che queste non debbano esistere. Fu vanificata quindi ogni velleità di costruire un sistema di pensiero strutturato sull’immagine che l’uomo ha dell’universo, poiché questa è in realtà assolutamente parziale, come quella che ha un pesce rosso rinchiuso tutta la vita in una boccia di vetro. Una rivoluzione dal punto di vista filosofico ancora più potente della teoria eliocentrica di Copernico. Fu questo l’inizio di uno scontro epocale di un uomo solo contro la più solida e potente istituzione dell’Occidente, la Chiesa, la quale aveva capito che la scienza di Galileo rischiava di minare i suoi stessi fondamenti. Uno scontro impari, che si concluse, come sappiamo, a favore della Chiesa. Come ha scritto Bertolt Brecht nella Vita di Galileo: «Lo scandalo degenerò, per così dire, in una disputa di specialisti. La Chiesa, e con lei tutta la sua reazione, poté ritirarsi in buon ordine e conservare più o meno intatta la sua forza».  

Giorgio Rivieccio

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