Editoriale 128

DISEGNI TRACCIATI su papiri e pareti migliaia di anni fa raccontano
la storia. La scrittura geroglifica ha incantato per secoli studiosi,
curiosi e appassionati. Ormai quasi totalmente decifrati, questi segni
fanno luce su un passato maestoso in cui i re venivano chiamati
faraoni e i loro corpi venivano mummificati e conservati per l’eternità
in tombe più belle e fastose dei palazzi eretti per i vivi. Ma erano un
sapere per pochi, una prerogativa delle élite: dovevano custodire ciò
che era sacro e tramandare ai posteri le gesta dei sovrani d’Egitto.
Erano insomma una scrittura nobile ed esclusiva come l’argomento
che trattavano. E i sudditi? Coloro che morivano durante il susseguirsi
dei lavori per la costruzione della dimora eterna del faraone? Non
c’è spazio per loro nell’intrico di simboli che tramandano le gesta
dei governanti impegnati nei giochi di potere e del tutto estranei ai
problemi della gente. Se dunque l’essenza di una civiltà è affidata al
sapere di pochi, coloro che ne sono esclusi diventano numeri, unità,
esecutori materiali del volere di una sovranità aliena. E mentre si
descrive la magnificenza delle corti e la benevolenza dei potenti, i
sudditi rimangono relegati a mera cornice decorativa, un’aggiunta,
un complemento, un qualcosa da cui si può prescindere. Quando Jean-
François Champollion decifrò i geroglifici, il mondo pensò di poter
finalmente gettare luce su uno dei regni più misteriosi e affascinanti
dell’umanità. Ma quando si racconta la storia di un Paese solo
attraverso le gesta dei reggenti si rischia di perdere la sua vera essenza,
di conoscere solo il percorso dei grandi, dimenticandosi del popolo.

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