Editoriale 126

SIGNORI IMPERATORI, re e duci e tutte le altre genti che volete
sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni
del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime
maraviglie e gran diversitadi delle genti d’Erminia, di Persia e di
Tarteria, d’India e di molte altre province». L’incipit del libro di Marco
Polo, Il Milione, è un invito a leggere con mente aperta e disposta
a scoprire le meraviglie che il mondo ha da offrire. Da sette secoli
le parole che l’esploratore veneziano scrisse assieme a Rustichello
da Pisa, compagno di prigionia al suo rientro in Europa, ammaliano
migliaia di lettori desiderosi di vivere l’emozione della scoperta
e di percepire il fremito del viaggiatore per antonomasia. In un
mondo sempre più globalizzato, piccolo e stretto, dove i chilometri
non sono più un ostacolo, non tutte le distanze si accorciano.
La predisposizione ad ascoltare e conoscere con cui Marco Polo
s’imbarcò da Venezia nel 1271 oggi è tuttaltro che scontata. La voglia
di comprendere l’altro, d’immedesimarsi e immergersi in una cultura
diversa dalla propria viene a volte percepita come un pericolo più che
come una ricchezza, in un mondo che va verso la globalizzazione ma
le cui distanze sono oggi forse più incolmabili rispetto a settecento
anni fa. Eppure Marco Polo attraversò il mondo e s’inginocchiò di
fronte al Gran Khan, abbracciandone la cultura. Le conclusioni cui
giunse il veneziano non furono mai di superiorità, ma conscie di
una diversità ricca e piena che faremmo bene a ricordare anche oggi,
sebbene il viaggio verso Oriente duri poche ore e non diversi anni.

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