Editoriale 119

Neanche l’ombra dell’oro, né di statue, né di carri. Della semplice lapide nera sulla tomba di Howard Carter, nel cimitero di Putney Vale, fuori Londra, colpisce solo l’iscrizione: “Possa il tuo spirito vivere, possa tu vivere milioni di anni, tu che ami Tebe, offrendo il tuo volto al vento del nord e facendo sì che i tuoi occhi ammirino la felicità”. La frase proviene da una delle coppe di alabastro che l’egittologo scoprì nella tomba di Tutankhamon. Quel ritrovamento di quasi cent’anni fa, ottenuto grazie a un’incredibile perseveranza, rese famosi sia Carter sia il faraone bambino, fino a quel momento di fatto sconosciuto e oggi sicuramente il più famoso di tutti i sovrani egizi. La scoperta della sua tomba, che era praticamente intatta (fatto inedito) e custodiva un immenso tesoro (oggi al Museo egizio del Cairo), generò un vero e proprio boom mediatico. Perciò risulta quasi incomprensibile che Carter sia morto di cancro quasi 17 anni dopo – all’età di 64 anni – senza aver ricevuto nessun riconoscimento ufficiale nel suo Paese, la Gran Bretagna. Ancora di più considerando che la sua era un’epoca nella quale gli archeologi importanti normalmente venivano nominati cavalieri della corona. Nel corso del tempo sono state sollevate diverse ipotesi sul mancato riconoscimento all’egittologo. Nessuna sembra però aver risolto quello che rimane uno dei molti enigmi gravitanti intorno allo studioso e alla scoperta grazie alla quale è passato alla storia.
ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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