Editoriale 117

[...] Così si trattano da duecento anni le meravigliose chiese del Medioevo. Le mutilazioni vengono loro da ogni parte, così dal di dentro come dal di fuori. Il prete le intonaca, l’arcidiacono le gratta; poi arriva il popolo, che le butta giù». Con queste parole nel marzo del 1831, nell’incipit del suo romanzo Notre-Dame de Paris, si lamentava Victor Hugo. Lo scrittore fu senza dubbio uno dei maggiori paladini del movimento parigino che a metà dell’ottocento si batté per la conservazione del patrimonio medievale, nei secoli in gran parte abbandonato o cancellato. Come nel caso della cattedrale gotica alla quale dedica il romanzo, che era stata anche gravemente danneggiata durante la Rivoluzione francese. «E il leone di pietra che stava alla porta, la testa bassa, la coda tra le gambe, come i leoni del trono di Salomone, nell’atteggiamento di umiltà che si conviene alla forza quando è dinanzi alla giustizia? Che ha fatto il tempo, che hanno fatto gli uomini di queste meraviglie?» si chiede Hugo in un altro momento del romanzo. A Esmeralda, Quasimodo, Claude Frollo e agli altri personaggi della sua opera va in parte il merito di aver fatto conoscere la chiesa a grandi e piccini. A Eugène Violletle- Duc, il controverso architetto che oltre 150 anni fa ne concluse il restauro, va invece quello di averle dato il volto attuale. Troppo spartano secondo alcuni, poco rispettoso del suo passato più recente secondo altri, ma senza dubbio unico.
ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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