Editoriale 115

«Non c’è alcuna differenza tra monarchia e repubblica. Nobili, borghesi e Chiesa sono un’unica cosa. Tutti vivono sfruttando il sudore e la miseria dei contadini e dei lavoratori diventando sempre più ricchi e più grassi». Sono parole di Luigi Lucheni, il manovale anarchico parmigiano che il 10 settembre del 1898 colpì al petto Sissi con una lima e la uccise. Erroneamente conosciuta come principessa, in realtà Elisabetta era imperatrice, un titolo ben più importante. Anche se cambia poco ai fini della sua morte, avvenuta sulla riva del lago di Ginevra durante uno dei suoi innumerevoli viaggi. Come lo stesso Lucheni, subito arrestato, ammise davanti al giudice istruttore Charles Léchet, non era lei il suo reale obiettivo. L’uomo si era recato a Ginevra da Losanna, «dove faccio quello che fanno tutti i miei connazionali all’estero: lavorare» – nel suo caso, nei cantieri per la costruzione del nuovo palazzo delle poste – per uccidere il principe d’Orléans. Come Lucheni aveva letto sui giornali, il pretendente al trono di Francia era appena giunto in città. Non era vero. «Ho deciso quindi di uccidere una personalità qualsiasi, principe, re o presidente della repubblica; tanto sono tutti della stessa razza!». Forse Lucheni non lo venne mai a sapere, ma Sissi non era esattamente della stessa razza. Non aveva nel sangue né l’austerità della corte viennese, della quale divenne suo malgrado un simbolo, né la remissività che sarebbe stata auspicabile in una donna, tanto più nella sua posizione. Per il suo tempo e per il suo ruolo, Sissi era una ribelle.
ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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