Editoriale 114

E' proprio vero che a volte le cose si apprezzano maggiormente quando non ci sono più. Indubbiamente le ragioni del successo mondiale della Gioconda sono molteplici (dall’effetto ottenuto grazie all’innovativa tecnica usata da Leonardo agli enigmi sull’identità della persona raffigurata). Ma è anche indubbio che a renderla un’icona è stato il suo furto dal Louvre, avvenuto un giorno di fine agosto del 1911 per mano di un (altro) italiano, l’impiegato del museo parigino Vincenzo Peruggia. La sua fu una sensazionale operazione di marketing che, nei quasi due anni e mezzo di assenza del quadro, riempì il museo e le pagine dei principali quotidiani dell’epoca. E che continuò anche dopo che Peruggia, per ragioni non del tutto chiare, decise di rendere il quadro. Non sappiamo se egli avesse letto le Lettere a Miranda di Antoine Chrysostome Quatremère de Quincy, il primo manifesto contro la requisizione delle opere d’arte, pubblicato in piena Rivoluzione francese. Fatto sta che riteneva che la Gioconda fosse come le opere “rubate” (ovvero prelevate grazie ad accordi diplomatici) da Napoleone per il proprio museo, e che l’opera dovesse tornare in Italia. In realtà era stato lo stesso Leonardo a portare con sé la Gioconda in Francia quand’era entrato al servizio di Francesco I. A ogni modo, all’epoca di Peruggia, il Louvre si era effettivamente riempito di “furti legalizzati”, le stesse opere che ogni anno vengono visitate da ben otto milioni e mezzo di persone. E che forse, senza Napoleone e senza il Louvre, non sarebbero diventate pubbliche. Ma questo è un altro editoriale.

ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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