Editoriale 113

Non c’è guerra in cui non le abbiamo viste nel passato, e purtroppo ancora oggi continuiamo a vederle troppo spesso. Eppure non per questo le cosiddette “vittime collaterali”– inevitabili, ci ripetono – diventano più sopportabili. Che l’ultimo zar Nicola II fosse il peggiore dei dittatori, come hanno voluto far credere a lungo i bolscevichi (forse per giustificare l’ingiustificabile), o che in realtà non fosse poi peggio di molti di coloro che l’avevano preceduto, in ogni caso che colpa potevano mai avere avuto le sue figlie, tutte adolescenti o poco più, o il suo bambino, peraltro malato? Osservare a distanza di cent’anni i loro volti speranzosi, fieri e puliti come quelli di moltissimi giovani, pensare a come sono stati brutalmente trucidati e a tutto quello che si sono persi per colpa di un mondo dei grandi che probabilmente non capivano (e che forse nessuno gli avrebbe mai chiesto se condividevano o no) non può che generare rabbia e tristezza. E irrimediabilmente ci costringe a guardarci attorno e a riconoscerne tante, troppe, di bambine e di bambini che sono oggi “vittime collaterali” di altre guerre che si combattono lontano e vicino a noi. Certo molto diverse per nascita e per esperienze vitali, queste bambine e questi bambini, che vediamo alla televisione o incontriamo per le strade delle nostre città, hanno tuttavia in comune con Anastasija, Marija, Ol’ga, Aleksej e Tat’jana un futuro e un presente interrotto, sfigurato, cancellato. Esattamente ciò che mai vorremmo per i nostri figli e per le nostre figlie.

ELENA LEDDA
Vicedirettrice editoriale

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