Editoriale 100

Finché vivrò, vivrà anche la dinastia. Ma se io muoio, prima che siano trascorsi sei mesi perderete vostro figlio e la corona». Era una mattina gelida, quella del 17 dicembre 1916 a San Pietroburgo, quando dalle acque ghiacciate della Piccola Neva venne ripescato il corpo rigido e spettrale di un uomo dalla capigliatura nera e lunga e dalla barba incolta. Sulla fronte tumefatta, il foro di un proiettile. Il cadavere era quello dell’autore della lugubre profezia indirizzata all’ultimo esponente dei Romanov, lo zar Nicola II. Poche figure del Novecento hanno goduto di una fama tanto longeva e controversa come Grigorij Efimovicˇ Rasputin, il figlio di un contadino siberiano assurto agli onori della cronaca mondiale per essere stato l’uomo più influente della corte imperiale, tanto da segnarne perfino la caduta. Ancora nel 2000, lo storico e drammaturgo russo Edvard Radzinskij pubblica Rasputin. La vera storia del contadino che segnò la fine di un impero, basato su un documento straordinario, ottenuto dallo stesso Radzinskij a un’asta di Sotheby’s: il dossier originale delle indagini di polizia sul caso della morte del carismatico personaggio. Dal 1907 alla fine del 1916, Rasputin è guaritore, maestro spirituale e confidente dell’ultimo zar e di sua moglie Alessandra. Tra le sue doti confermate dalla storia spicca, soprattutto, quella di veggente: due mesi dopo il suo assassinio, infatti, la rivoluzione avrebbe messo fine, una volta per tutte, al casato che per più di trecento anni aveva regnato sulle terre di Santa Madre Russia.

ANDREAS M. STEINER
Direttore

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